Arti Visive

2001: A Space Odyssey LA RIVOLUZIONE CINEMATOGRAFICA

È da tempo oramai che il cinema viene incluso di diritto nella lista concettuale delle principali forme d’arte. Ma sarebbe possibile individuare al suo interno capolavori indiscussi che hanno lasciato un segno indelebile nella Storia come la Nona Sinfonia di Beethoven ha fatto per la musica o come la Notte Stellata di van Gogh ha fatto per la pittura? Certamente. E per alcuni, per i cinefili più audaci probabilmente, la risposta potrebbe quasi apparire scontata: 2001: Odissea nello Spazio.

E per tutti quelli che negli ultimi cinquant’anni nello spazio ci hanno vissuto realmente e non lo hanno mai sentito nominare, difficilmente potranno dire altrettanto per il nome del suo autore, uno tra i più grandi cineasti della Storia e una delle figure che più di ogni altra ha avvicinato il cinema alla sua forma d’arte più pura: Stanley Kubrick.

L’opera, la cui sceneggiatura è stata scritta appositamente per il film da Arthur C. Clarke e realizzata in stretta collaborazione con Kubrick, è stata proiettata per la prima volta nel lontano 1968 e affronta in chiave fantascientifica uno dei temi più complessi nella storia del nostro pianeta, ovvero l’enigmatico rapporto tra l’uomo e l’universo.

Il film parte dalle origini del genere umano, l’epoca in cui i nostri antenati erano le scimmie antropomorfe. È qui che all’improvviso compare sulla terra un misterioso monolito nero la cui presenza sembra riesca a conferire agli ominidi un’intelligenza decisamente più evoluta.

Quest’ultima non tarda a manifestarsi e in seguito a una lite scoppiata tra due primati, uno di questi afferra un osso di animale da terra e lo utilizza come arma contro il suo avversario per affrontarlo.

I fotogrammi che seguono questo episodio svelano al mondo intero l’assoluta e immensa genialità di Kubrick: in seguito alla vittoria l’ominide lancia in aria l’arma e in una frazione di secondo i volteggi nel cielo dell’osso si trasformano (grazie a uno dei match-cut più strabilianti della cinematografia) nei volteggi di una navicella fluttuante nello spazio. La suprema sintesi di milioni di anni di evoluzione.

Così in un lampo veniamo catapultati nell’anno 2001, più precisamente ai confini dell’atmosfera terrestre, un luogo in cui suoni e rumori non si propagano ma al contrario regna un silenzio assoluto. Kubrick questo lo sa bene e decide di accoglierci con una delle più spettacolari sequenze della storia del cinema in cui navicelle e basi spaziali ‘danzano’ nell’assenza di gravità a ritmo di Sul Bel Danubio Blu di Strauss. Letteralmente memorabile.

Da questo momento in poi avrà inizio un viaggio dritto verso le profondità ignote dello spazio e ai limiti della comprensibilità razionale. E più che a un semplice film ci troveremo di fronte a un’immensa opera audio-visiva senza precedenti.

Attenzione però, nonostante il capolavoro di Kubrick venga considerato un film di fantascienza, il suo scopo non è quello di regalare del comune e dozzinale intrattenimento, ma piuttosto quello di cercare di farci riflettere sui misteri e sui confini dell’esistenza umana. E non solo ci riesce, ma lo fa con una grazia, una tecnica e una visionarietà che raggiunge le più alte vette del cinema. Certamente, e fortunatamente, non un film per tutti.

Ottobre 2017